Roberto della Rovere
Giornalista del Corriere della Sera

Una vita o due fa, nel 1980, ho diretto come responsabile “agli effetti delle incostituzionali leggi sulla stampa” una collana di libri Amanda editrice, tra cui una bellissima raccolta di poesie di Adele Faccio, “Fuga dal Tempo, 1957”.

E, già nel titolo, che si richiama a una terminologia musicale (non a caso è nipote di Franco Faccio, compositore e direttore della Scala ai tempi di Toscanini), c’è l’essere di Adele.

Una fuga dal tempo che, lo spiega bene nella prefazione la musicologa Meri Franco-Lao “come una fuga musicale, ha uno svolgimento nel tempo: esposizione, sviluppo, stretta finale. Un tempo suo, con i suoi rallentando, accelerando, stringendo, sottratto al passo unidirezionale del tempo esterno”.

Fuga dal Tempo dunque, ma non solo nella poesia: nell’amore, nella vita, in politica.

La mia amicizia con Adele nacque in diverse occasioni di interviste quando ero coordinatore di una ancor giovane Radio Radicale e si rinforzò durante un lungo tour per la raccolta di firme per un referendum contro la caccia.

Tanto per non smentirsi per quella sua “campagna” Adele aveva scelto una della regioni più “ruvide” e proprio alla caccia legate: la Sardegna.

Credo in queste circostanze sia nata una stima reciproca se Adele volle, tra le condizioni per la pubblicazione del libro, fossi io a scrivere la contro copertina con le sue note biografiche.