Camera dei Deputati | Seduta del 12 Ottobre 1976

Signor Presidente,

chiedo la parola per chiarire il pensiero espresso, o meglio che non ho potuto esprimere, nella seduta di giovedì scorso, sia per fatto personale, sia, infine, anche per proporre una rettifica. L’articolo 42 del regolamento della Camera considera fatto personale l’essere intaccato nella propria condotta. E poiche credo di poter fare risalire la mia presenza in questa Assemblea ad una elezione indicata dal numero dei voti raccolti dal mio partito e da me, mi ritengo – credo non a torto – qui per volonta degli elettori, e per conseguenza non credo di dover rinunciare al mio diritto di voto, in quanto deputata a questo diritto-dovere dai miei elettori. Sono stata espulsa da questa Assemblea, non per decisione dell’Assemblea stessa, quando noi del gruppo radicale avevamo diffuso e (( volantinato )) tra le colleghe e i colleghi un testo concordato tra noi in cui esponevamo le nostre ragioni e chiedevamo un’aperta discussione sul caso dell’attribuzione dei posti al gruppo radicale. Forse pub sembrare un fatto marginale e secondario, ma adesso, dopo l’episodio durante il quale ci è stata negata la possibilita di esprimere il nostro voto, non è più un fatto marginale. Sostengo anche che non si tratta di un fatto marginale, perché qualcuno rifiuta di accettare un dato che balza evidente agli occhi di chi è nuovo in questa Assemblea. Noi, giovani di elezione – e non ha nessuna importanza l’età personale – sentiamo pesantemente il dato di slittamento continuo delle chiarezze politiche dei gruppi, dovuto al compromesso che crea la convivenza in questo ipogéo egizio, in cui tutto viene sfumato nella luce indiretta, nella ieraticita ambientale, nella liturgia delle forme, nella apparente concomitanza dei segni contrari, nella mancanza di flessibilita e, in una parola, di libertà e di autonomia. Da tutto questo siamo portati ad attestarci su posizioni che difendano e manifestino la nostra identita politica, la nostra presenza concreta e l’affermazione di quelli che noi riteniamo i principi irrinunciabili del nostro essere radicali qui e fuori, sempre, al di sopra di tutto. Nel perpetuo slittare al centro delle forze politiche che la permanenza in Parlamento usura e deteriora, noi sosteniamo il nostro buon diritto ad una posizione fisica che riconosca ed indichi la nostra provenienza storica e la qualita della nostra presenza qui e del mandato che qui siamo deputati ad esplicare. Chiedo ora anche una rettifica per quanto riguarda la pessima abitudine invalsa in questo Parlamento di distinguere le deputate donne con il nome proprio, il cosiddetto nome di battesimo – si fa per dire, perché io non sono battezzata – con l’appellativo «il deputato», secondo la più vieta tradizione del maschilismo imperante in Parlamento. Deputato è un aggettivo sostantivato, quindi flessibile nelle forme del genere maschile «il deputato», e del genere femminile «la deputata». In quanto femminista, intendo essere indicata come la deputata Faccio, e chiedo che questa espressione diventi uso corrente da ora in poi per quanto mi riguarda. Alle colleghe, evidentemente, la piena liberta di associarsi o meno a questa mia richiesta di rettifica che, per quanto mi riguarda, rivolgo a livello personale a questa Assemblea.