Signor Presidente, colleghe e colleghi, ecco che ci ritroviamo, non so se per la seconda o per la terza volta, di sera, in un aula vuota, stanchi morti, a parlare di questi nostri problemi. Problemi culturali sostanzialmente, perché io so che ella, onorevole Andreotti, vorrebbe che le donne tacessero, in quanto un grande greco ha detto che alle donne si addice il silenzio, ed ella non ci ha risparmiato di farcelo sapere. Ella sa che l’altra sera a Roma c’è stata una manifestazione di 50 mila donne, che parlavano e gridavano contro tutti i tipi di violenza e di stupro perpetrati sulle donne.

Onorevole Andreotti, anche questa è una violenza fatta alle donne: questa di meravigliarsi o di negare che le donne abbiano il diritto di parlare, che le donne abbiano il diritto di esprimersi. E non è colpa sua: è la sua educazione cattolica, nella quale è cresciuto, che le ha fatto credere che le donne debbano tacere, che le ha insegnato questo principio.

Era così nel mondo greco, nel mondo dei ginecei; non è stato così nel mondo romano, dove le donne avevano cultura e parola. È di nuovo così nel mondo voluto dalla Chiesa cattolica. Ecco perché noi, prima di tutto, ci poniamo il problema di questa cultura cattolica così antiquata, così fuori della realtà, che voi ancora volete imporci per mezzo di questa scuola nella quale l’insegnamento religioso è la base o il principio o il coronamento o non si sa bene che cosa, ma comunque un cultura sempre sessuofobica, sempre misogina, una cultura che vuole la donna chiusa in casa a patire e a soffrire, che vuole la donna a partorire con dolore.

Siamo nel 1976, e nei nostri ospedali, grazie a quel maledetto detto della Bibbia, dobbiamo ancora partorire con dolore, quando un parto senza dolore è la cosa più semplice non solo per la donna, ma anche e soprattutto per il bambino che nasce. È importante che il bambino non abbia quel tremendo, spaventoso trauma della nascita, che tutti noi ci portiamo dietro per tutta la vita e sul quale si innesta nel nostro subconscio più profondo una tale paura, un tale terrore di tutta l’esistenza, che i risultati poi si riscontrano in noi stessi, nelle nostre angosce, nei nostri terrori, nella nostra disponibilità a farci raccontare le favole mistiche e metafisiche, proprio perché abbiamo vissuto quegli attimi di violenza indicibile e di terrore inenarrabile dovuti a questa nascita voluta in questo modo, da questo tipo di cultura.

Ma veniamo a fatti più concreti. Vediamo che .cos’è questo nuovo Concordato di cui ella è venuto l’altro giorno a leggerci e a spiegarci gli articoli. Vediamo subito che, messo da parte l’articolo 1 del Trattato con la Santa Sede, per il quale la religione cattolica apostolica romana è la sola religione dello Stato italiano, ne dovrebbe derivare come conseguenza l’automatica fine delle norme che solo in grazia di quello si giustificavano, e precisamente l’insegnamento religioso catechistico obbligatorio nelle scuole, il finanziamento statale al clero e alle organizzazioni cattoliche, la concessione dei privilegi fiscali, I’erogazione di fondi per la costruzione di chiese e annessi, di enti e di fondazioni a carattere religioso.

In virtù dell’articolo 29 del Concordato del 1929, lo Stato italiano riconosceva gli enti di culto, o prevalentemente tali, e li sottraeva alla tutela e .agli obblighi civili, con conseguente godimento di enorme vantaggi fiscali ed economici. Le prefetture hanno così trasferito al clero ordinario un complesso considerevole di enti che di religioso hanno solo il nome, mentre in realtà esercitano sostanzialmente la funzione di operatori economici.

In questo modo, le curie hanno realmente inghiottito gli aggruppamenti laici, quegli aggruppamenti laici denominati congregazioni, che erano quasi tutti sorti nel secolo XVII con statuto, regolamento, approvazione e riconoscimento come entità laiche e non religiose; congregazioni sorte con deciso carattere corporativistico, di arti e di mestieri, e che oggi operano esclusivamente nel campo mortuario, a puro scopo di speculazione.

Costruiscono, vendono o affittano loculi e fosse da interro, conseguendo utili che arrivano al 300, al 400 per cento del costo di costruzione, e si assicurano una rendita passiva di incalcolabile entità, senza contare poi gli innumerevoli balzelli che corrono per pretesi diritti e per la gestione privativa di altre colossali operazioni onerose, che costituiscono un giro di affari gigantesco.

È molto duro, caro e faticoso vivere in Italia, ma è ancora più caro morire! Data la vastità del fenomeno, le varie curie si sono accaparrate e gestiscono tutto il movimento mortuario dell’intera popolazione, lavorando in privativa e godendo -di agevolazioni . varie, compresa l’esenzione fiscale, dando così vita ad un immenso giro di affari, dell’ordine di centinaia e centinaia di miliardi, le cui vittime poi, in prevalenza, come sempre, sono – è ovvio – i ceti meno abbienti.

È quindi necessario, prima di accettare questa cosiddetta revisione, che in realtà è un nuovo Concordato, preoccuparsi di stabilire che fine ha fatto l’articolo 29, nel pretestuoso accorciamento del numero degli articoli, del tutto fittizio in realtà, in quanto in ogni articolo sono contenuti 3, 4 commi, capoversi, parti, per cui si ripete un numero di norme pressappoco uguale a quello precedente.

Ebbene, bisognerebbe che si recuperasse il punto dell’articolo 29 in cui si stabilisce chiaramente che cosa è un ente di culto e da quali elementi si deve ricavare la famosa valenza, prendendo per base i bilanci consuntivi e le voci che li compongono, considerando anche il fatto che il personale che con il suo lavoro concorre alla formazione di questi redditi spaventevoli non ha stato giuridico e viene remunerato con una specie di elargizione, libero poi di arrangiarsi a sua volta, secondo il principio cattolico dell’«aiutati che Dio ti aiuta» e sopratutto del «si fa, ma non si dice» cui è improntata tutta la morale cattolica, specialmente in materia finanziaria.

Se si vuole veramente capire l’essenza politica del nuovo Concordato che il Presidente del Consiglio ci ha qui presentato, è necessario cercare di fornire un quadro delle fonti del potere economico clericale, che desta scandalo tra tutti i cittadini, anche tra i più ortodossi. Basta pensare alle attrezzature scolastiche con impianti sportivi e di spettacolo, ai cinematografi, ai nosocomi, alle cliniche, all’attrezzatura del policlinico Gemelli (e non parliamo delle due università del Sacro cuore di Roma e di Milano), per rendersi conto che le forme organizzative, nate come strettamente religiose, sono poi destinate con il tempo a trasformarsi in altre strutture, sottoposte ad un regime di protezione e di trattamento privilegiato, dietro le quali certi interessi possono tranquillamente mascherarsi.

Basta pensare alle società immobiliari e finanziarie, basate sulla persistenza dei rapporti fiduciari (nell’accezione strettamente tecnica e giuridica del termine, e cioè con riferimento ai beni intestati dalla Santa Sede a persona di fiducia), all’esportazione dei capitali all’estero (attività tra le più lucrose per la Santa Sede), alla presenza clericale nell’apparato dello Stato e degli enti pubblici, allo «scartellamento» gratificato di istituti finanziari depositari di fondi di enti pubblici, talora ammontanti a centinaia di miliardi, come ad esempio i fondi della GESCAL.

Sono servizi resi ai cittadini in frode al fisco, senza dubbio adeguatamente compensati, come quelli di cui si parla a proposito della esenzione fiscale del patrimonio mobiliare della Santa Sede. Beni patrimoniali, università, seminari, istituti scolastici, collegi, convitti, patronati, colonie climatiche, soggiorni di vacanza, cinematografi, oratori e sale da ballo, case editrici e pubblicazioni periodiche, cliniche, nosocomi e consultori, industrie farmaceutiche, aree fabbricabili e di speculazione edilizia, beni artistici e patrimonio artistico conservati nelle chiese e nei musei diocesani: le voci sono interminabili.

Tutta questa scandalosa attività economica culmina nella questione dei beni patrimoniali, valutati per approssimazione ed in difetto a 460 mila ettari di terreno posseduti in Italia dagli enti ecclesiastici. Sembra che non si debba prevedere una possibile regolamentazione di tutta questa materia, che conferisce alla Santa Sede un potere nel potere dello Stato.

I1 nuovo articolato, presentatoci dal Presidente del Consiglio, non mostra di attenuare lo stridente contrasto con l’articolo 20 della Costituzione il quale afferma che «il carattere ecclesiastico e il fine di religione o di culto d’una associazione od istituzione non possono essere causa di speciali limitazioni legislative, né di speciali gravami fiscali per la sua costituzione, capacità giuridica e ogni forma di attività».

Questa norma, chiaramente, si fonda sul principio di indifferenza con cui si sostiene la legittimità dei criteri completamente diversi, ricollegati allo Stato confessionale ed alla religione di Stato che la Costituzione chiaramente esclude, anche negli articoli 2, 3, 8 eccetera. Eppure, nonostante la decadenza della agricoltura, a causa dei noti fenomeni di urbanesimo di questi ultimi trent’anni, la proprietà del suolo è rimasta una inesauribile fonte di potere e di ricchezza, sia per la speculazione fondiaria sia per la utilizzazione diretta.

Ecco quindi manifestarsi la proliferazione di case di riposo, di colonie, di pensionati per anziani, di cosiddetti centri di studio o centri-vacanze, di alberghi di tutti i tipi e qualità, di convitti, di pensionati, di edifici per cure termali eccetera. Ci si muove in ordini di grandezze enormi: solo nella zona di Roma vi sono 1.100 enti religiosi.

Si tratta di un apparato complessivo che supera di gran lunga quello pubblico: è uno stato nello Stato.

Risulta quindi estremamente difficile il tentativo di ricostruire i fondamenti immobiliari e speculativi di questo mostro tentacolare che, come una piovra, ricopre e possiede almeno un terzo del nostro patrimonio nazionale territoriale.

Poiché presso il Ministero degli interni e le prefetture devono esistere le registrazioni di tutti questi atti, la pubblicazione degli elenchi dovrebbe essere richiesta prima di ratificare in qualunque modo una nuova forma di Concordato, quale quella che ci è stata presentata.

Naturalmente, tale proprietà ecclesiastica gode anche di un trattamento di favore ed è altamente privilegiata per quanto riguarda il regime fiscale, non solo in relazione all’ente proprietario, ma anche per quanto riguarda le attività costruttive e di esercizio. Gli acquisti degli enti religiosi e di culto sono esenti dalle imposte e dalle tasse di registro, di successione e di ipoteca, da quelle sull’asse ereditario e di donazione, dalla tassa di concessione governativa per l’accettazione di liberalità o per atti a titolo oneroso.

Le proprietà sono esenti dai contributi di miglioria, dalle imposte sugli incrementi di valore delle aree fabbricabili ed è facile intendere che gli interessi degli enti religiosi legati alla speculazione edilizia sono veramente imponenti. La lotta contro i cittadini evasori fiscali viene quasi totalmente vanificata da questi macroscopici esempi di malcostume che Stato e Santa Sede continuamente espongono sotto gli occhi di qualunque cittadino consapevole ed avveduto.

Si può continuare per ore ad elencare fatti di questo peso: esenzione dall’imposta generale sull’entrata per le oblazioni ricevute; esenzione dall’imposta sulle società; esenzione dall’imposta sulle consumazioni, di famiglia e sul valore locativo per comunità, convitti, collegi e pensionati; esenzione dall’imposta sull’industria, sulle professioni e dall’imposta di patente per ministri del culto; esenzione dall’imposta di soggiorno nei comuni che la richiedono per i preti che vi si recano per ragioni di culto e per i religiosi che dimorano nelle comunità ecclesiastiche; esenzione dalle tasse di pubblicità, di diritti di affissione; dall’imposta sulla fabbricazione degli olii e dei grassi di pesce per l’illuminazione delle lampade votive.

Si potrebbe andare avanti ancora per ore. Anche qui sarebbe interessante sapere qual è il costo che la collettività sopporta per questo complesso di agevolazioni e di esenzioni. E nello stesso modo sarebbe possibile per i parlamentari ottenere dalla Corte dei conti i dati dei finanziamenti e dei contributi che lo Stato italiano destina ad enti, istituti, opere cosiddette pie e fondazioni cattoliche in Italia e all’estero.

I Ministeri, del tesoro, di grazia e giustizia, degli esteri, dell’interno, dei lavori pubblici, del turismo e dello spettacolo e, soprattutto, il Ministero della pubblica istruzione dovrebbero fornire dati ben precisi e circostanziati sulle somme di cui gli enti ecclesiastici usufruiscono a spese dello Stato.

I laici, alla Costituente, per mezzo dell’emendamento Corbino, hanno introdotto il principio della libertà della scuola privata senza oneri per lo Stato. Tale principio viene tradito in due modi dai clericali: con l’accettazione di “eventuali” finanziamenti da parte dello Stato e con il passaggio surrettizio dei finanziamenti agli alunni sotto le voci: trasporti, refezione, libri di testo, convitti, borse di studio, eccetera, pagati dallo Stato.

L’equivoco sta nella definizione di “scuola non statale”, che mette cioè sullo stesso piano le scuole comunali e gli altri enti locali pubblici con la scuola privata a carattere confessionale. L’erogazione di miliardi ai centri didattici, all’Istituto Don Sturzo, al Centro italiano per viaggi di istruzione degli studenti di scuole secondarie ed universitarie, alle università del Sacro Cuore: avere, in questo senso, il quadro dei finanziamenti sarebbe fondamentale per un corretto discorso sul Concordato, così come lo è l’erogazione statale per quella mostruosa assistenza all’infanzia cosiddetta abbandonata che è causa di tanto danno alla crescita e allo sviluppo fisico, intellettuale, morale e psichico della massa dei bambini ricoverati in quei lager di dolore, di abiezione e di sfruttamento che sono i brefotrofi, i Cottolengo, i collegi e convitti cattolici, dove si fa a mani basse la compravendita dei bambini.

Le possibilità di approfondire lo studio delle fonti di finanziamento del mondo clericale sono legate ad iniziative parlamentari, che spetterebbero inequivocabilmente ai colleghi della sinistra laica, se avessero il coraggio e l’impegno politico necessari per farlo.

Non partire da questa indagine, prima di accettare e di discutere questo nuovo Concordato, che ancora una volta allarga il raggio di influenza della Santa Sede e accresce i suoi privilegi e i suoi vantaggi a tutto danno dello Stato italiano, è colpevole soprattutto se si tiene conto della gravità del momento storico-economico che il paese sta attraversando e del fatto che tutti i cittadini sono stati chiamati a farsene carico e restano soli a portarne il peso.

Perché la “stangata” deve colpire sempre e solo gli sfruttati e i lavoratori e mai, neanche una volta, gli sfruttatori? Questo è un campo in cui bisogna. avere il coraggio di andare a fondo, se davvero ci si vuol far carico costruttivamente della bonifica economica, finanziaria, fiscale dello Stato italiano.

Trattare la cosiddetta revisione del Concordato o, più correttamente, imporne uno nuovo, come si sta facendo in questo momento, non ha senso, se si conduce la trattativa volutamente ignorando che cosa rappresenti per l’Italia, come onere finanziario, il Concordato e che cosa si vada a costruire, sulla base del regime concordatario, in termini di potere clericale.

Un potere clericale che è fondato essenzialmente sulla rigidezza, sulla intolleranza, sulla mancanza voluta di senso critico su di sé e sugli altri, tipica di quel giudizio aprioristico e negativo sulle qualità umane che è caratteristico di tutta la coltura cattolica.

La mancanza di conoscenza, di riconoscimento della ricchezza, della varietà, della diversità, dell’articolazione degli esseri umani, la misoginia, la sessuofobia, la paura, la repressione, la rassegnazione (è la virtù dei cani, inculcata sempre !), l’educazione centrista che viene data, la violenza immessa in qualunque rapporto, in qualunque relazione umana, l’integralismo cattolico, i concetti negativi della carità pietistica !

Purtroppo, c’è anche chi fa i recuperi. Quando noi portiamo qui i problemi dei brefotrofi, delle carceri, della repressione, c’è anche chi si fa portavoce di questo discorso; c’è anche chi, come l’onorevole Pennacchini, riprende tutti i nostri temi e a me dispiace di non aver tanto fiato da chiedergli che cosa in 30 anni abbia mai fatto la democrazia cristiana.

Ci sono voluti questi quattro disperati radicali perché ci si accorgesse che esiste il problema delle carceri, che esiste il problema dei brefotrofi, che esiste il problema della sottocultura, che esiste il problema del non rispetto dell’altro, del diverso.

Ho sentito dire che si teme che senza Concordato resti il vuoto. Ma che cosa è questo horror vacui? È un segno di vuoto interiore, è proprio un tipico segno di fragilità emotiva psichica, di insicurezza della propria identità, dei propri scopi, della propria destinazione. È il senso e il segno della profonda universale sfiducia nella comprensione, nella sensibilità, nella capacità intellettiva della gente.

E questo vanifica tutti i tentativi neofalangisti di Comunione e Liberazione di dare una riverniciatura di socialismo al duro e protervo integralismo cattolico. Nel recente convegno cattolico sul tema: “Evangelizzazione e promozione umana”, lo stesso principale organizzatore, padre Bartolomeo Sorge, direttore di Civiltà cattolica, ha denunciato l’integralismo come un tarlo dell’Evangelo.

In tale convegno si sono denunciate le distorsioni del sistema capitalistico, che causa una cronica subalternità del Mezzogiorno, una struttura sociale dove il lavoratore è annullato in fabbrica, nell’assetto rurale e nelle città, e si è auspicato che la Chiesa sappia affrontare i rapporti con i potenti e lottare con gli oppressi per cambiare la società.

Ciò non significa né che l’integralismo sia finito, né che la sinistra abbia motivo di rallegrarsi. In concreto, il convegno ha proposto la fine del collateralismo, la fine dell’unità politica e la libertà di opzione dei cattolici nel voto e nella militanza (fatta salva la coerenza della fede), la diminuzione dei poteri dei vescovi, considerati incapaci di reggere la situazione in un’Italia cambiata e troppo invadente, l’aumento della partecipazione dell’uomo e della donna nelle attività religiose.

In realtà, in questo modo la Chiesa si sbarazza delle cose che non le servono più. La partecipazione è sempre un ruolo subordinato e la coerenza della fede resta sempre definita dalla gerarchia. I vescovi sono considerati e si sono rivelati una classe politica poco all’altezza dei tempi, anche sul piano del linguaggio. La fine dell’unità politica è una necessita per poter sostenere ipotesi neo concordatarie; altrimenti si rischia di dover ammettere – visto che alla scomunica per il voto al PCI non ci crede più nessuno – che i cattolici sono il 38,4 per cento e non il 99 per cento degli italiani.

E questo concetto del 99 per cento invece è richiamato in tutti i 14 punti del nuovo Concordato per giustificare, ad esempio, l’insegnamento religioso nelle scuole. I 14 punti sono una posizione molto prudente per la Chiesa; cioè in sostanza è il vecchio integralismo in una fase in cui si registrano sconfitte: 12 maggio, 15 giugno e 20 giugno, anche se i comunisti sono diventati così masochisti da perdere anche il gusto di aver vinto. Questi fatti allora esprimono più la tendenza a chiudersi nei propri istituti privilegiandoli che l’espressione di un trionfalismo che sarebbe, nelle presenti condizioni, del tutto fuori luogo.

Ma anche al convegno su “Evangelizzazione e promozione umana” l’integralismo nonostante le cose dette, non è tramontato affatto. Da quel convegno ci si poteva aspettare in prospettiva un aggiornamento, un mutamento del linguaggio, pur nella perennità dei contenuti per farsi capire dall’italiano attuale.

Del resto padre Sorge lo ha detto con chiarezza. Ci saranno, cioè, magari I consensi pastorali, probabilmente i vescovi avranno minore importanza, magari si farà un pochino più di spazio per la donna – le si darà la pillola ! – forse si arriverà a cambiare qualche cosa sul celibato ecclesiastico, si avanzerà qualche pretesa meno stupida nei confronti dello Stato (del resto, qualcosa nei 14 punti di questo neo Concordato c’è) – ma l’integralismo resta, anche se in prospettiva.

Non esiste, infatti, soltanto l’integralismo invadente della Chiesa trionfante, o quello che erge steccati quando la Chiesa subisce sconfitte, come il 12 maggio. La Chiesa è integralistica anche quando continua ad avvertire la secolarizzazione della società civile come una sconfitta, finché considera un dramma la scristianizzazione, fino a quando non accetta la società civile come la casa comune in cui vivere alla pari con tutti, come fatto di diritto privato, diciamo noi radicali, fino a quando, cioè, anche i cattolici saranno laici, secondo l’orientamento della parte più aperta del cattolicesimo francese dove, non a caso, allignano i cristiani per il socialismo.

Anche i cristiani per il socialismo continuano a proporre lo specifico cattolico (la Chiesa come tale, depositaria di verità), continuano a ‘proporre l’integralismo, sia pure con vernici progressiste; l’integralismo resta perché si continua a parlare di partecipazione all’azione nella qualità, riconosciuta ed etichettata, di cattolici.

Purtroppo sono proprio le sinistre a consolidare questo discorso, parlando costantemente di cattolici e di laici come se i cattolici non dovessero essere laici e i laici non potessero essere cattolici, come se si trattasse di due sfere con contenuti diversi da avvicinare e da confrontare in opposizione.

L’integralismo resta finché i cattolici continuano a proporre un loro soggetto sociale, a coltivare l’idea di un movimento politico religioso degli interpreti autorizzati dal verbo, l’immagine di una Chiesa rinnovata. Un tale clericalismo può anche pretendere di essere di sinistra (anche Dossetti pretendeva di essere di sinistra ed era il più clericale di tutti), ma poi entra facilmente in crisi di fronte alla proposta di abrogazione del Concordato.

Per una valutazione complessiva occorre anche tener presente un altro dato: non è stato escluso soltanto Franzoni, ma sono stati esclusi anche La Valle ed altri, perché erano la testa di ponte dietro cui sarebbero venute altre ondate; così li hanno tagliati fuori e hanno valorizzato al massimo, in questo convegno, il gruppo dei cattolici democratici.

Ora, nonostante il partito Comunista abbia espresso giudizi positivi sul convegno e ci si aspetti che esprima giudizi positivi sul neo-Concordato, dire che va tutto bene ci sembra estremamente difficile. Dalla gestione di questo Concordato il compromesso storico viene portato avanti in quella forma e in quei modi che già Pietro Calamandrei aveva stigmatizzato quando aveva detto: Il principio della uguaglianza dei cittadini di fronte alle leggi, della libertà di coscienza, della libertà di insegnamento, il principio dell’attribuzione esclusiva allo Stato della funzione giurisdizionale, tutti questi principi costituzionali sono menomati e smentiti da norme contenute nei Patti lateranensi, le quali vengono tacitamente recepite nel nostro ordinamento al secondo comma dell’articolo 5 , diceva lui, 7 diciamo noi oggi.

La frase che ho citato è tratta dal mirabile discorso tenuto all’Assemblea Costituente nella seduta del 20 marzo 1947, e noi siamo oggi ancora esattamente allo stesso punto. Per questo, non possiamo accettare questa revisione, non possiamo pensare che con questi 14 articoli si liquidi tutta una parte della spiritualità, dei caratteri, della realtà della vita del nostro paese.

Per questo motivo ci rifiutiamo di accettare che così, semplicemente, in quattro e quattr’otto, ad ora tarda, si pretenda di chiudere questa discussione anziché continuare, almeno, a dibattere, a parlare con il paese, con le donne, in primo luogo, che portano il peso di una grossa parte di problemi, che subiscono la massima parte della repressione culturale e sulle cui spalle grava quella cosa abnorme che è ancora il matrimonio concordatario.