di Adolfo Sansolini

Gli animali, le piante, i sassi e le onde: è la formula con cui Adele Faccio scandiva l’elenco delle realtà intorno a noi, a cui siamo tenuti a prestare attenzione. Ci incontrammo negli anni in cui il Partito Radicale si autoetichettava orgogliosamente come il partito di “froci, drogati e puttane”: di tutti gli esclusi; degli “sterminandi per fame”, uccisi non dalle forze della natura ma dalla politica; degli altri animali; anticoncordatario, antinucleare, anticaccia, nonviolento fino ad attribuire nel Preambolo allo Statuto valore assoluto all’imperativo “cristiano e umanistico del non uccidere”, anche per legittima difesa.

Nei primi anni 80 ci si vedeva spesso sotto la grossa tenda montata a Piazza Navona, per chiedere una legge contro lo sterminio per fame. Avevamo 46 anni di differenza, e parecchi sogni in comune. L’obiettivo era una legge che destinasse una percentuale fissa del bilancio dello Stato per finanziare le attività di un Alto Commissario incaricato di creare le basi dello sviluppo nei Paesi più poveri, per renderli autosufficienti e liberi per sempre dallo spettro della fame.

Si marciava verso il Vaticano, nei giorni di Natale e Pasqua, per chiedere di far risorgere la speranza, grazie all’impegno di tutti coloro che credevano in Qualcuno o qualcosa. Adele era lì, chiaramente: si digiunava a staffetta, raccoglievamo cartoline e firme, decine di persone facevano turni per tenere aperta la Tenda giorno e notte. Lei abitava non lontano, a Piazza Firenze, fra scaffali saturi dei documenti dell’archivio storico del Partito.

La proposta radicale era chiaramente etichettata come estremista e la maggioranza moderata si affatica con un nonnulla. Già allora, comunisti, democristiani e neofascisti, con qualhe eccezione, erano uniti nel coro del “bisogna fare qualcosa ma non esageriamo”. Venti anni possono essere tanti. In alcune marce Francesco Rutelli gridava al megafono: “Per salvare milioni di bambini affettiamo Spadolini”; ora modera e si modera.

I pochi ricordi di Adele pubblicati nei giorni successivi alla sua morte giovedì scorso, la legano principalmente alla battaglia per la legalizzazione dell’aborto. A un certo punto della sua vita, già oltre i 50, aveva dichiarato pubblicamente di avere abortito per farsi arrestare e sottrarre così migliaia di donne agli affari delle mammane e dei ‘cucchiai d’oro’. Non era giusto permettere alle donne con qualche soldo di abortire all’estero o sotto le attente cure di un medico ben pagato, mentre le altre erano condannate a morte su un tavolo di cucina. Un’altra battaglia nata in totale isolamento. Adele riteneva che gli aborti potessero essere meglio prevenuti alla luce del sole piuttosto che nella clandestinità, cercando soluzioni e non colpevoli; una carità che la contrapponeva limpidamente agli anatemi vaticani.

La dolcezza di Adele: era questo l’aspetto che emergeva più nettamente nella persona e nella donna impegnata in politica. Il senso della giustizia, innanzitutto. Senza confini. Presentava e faceva regolarmente approvare mozioni ai congressi radicali che per la prima volta nella storia di un partito italiano condannavano senza mezzi termini i crimini della vivisezione, della caccia, degli allevamenti intensivi; temi lasciati cadere rapidamente dal Partito dopo il suo allontamento progressivo, inizialmente per motivi di salute e per seguire più dappresso le vicende giudiziarie del figlio.

Ma l’estremismo della sensibilità non si fermava lì: dopo un suo discorso, un signore le si avvicinò porgendole dei fiori. Lei le rispose che per lei era come ricevere un mazzolino di dita tagliate; lasciamo che anche i fiori vivano la loro vita, senza reciderli per farli seccare nei nostri vasi. Un’integralista? Tutt’altro. Piuttosto un buon esempio di nonviolenza, dove i benefici collettivi a cui è finalizzata l’azione politica sono più importanti delle rinunce necessarie per realizzarli.

Adele era un animale politico atipico, che accettava dei ruoli-guida come servizio, non per esigenze di carriera. Diceva che si considerava un soldato, non un generale; ruolo per cui era più portato Marco Pannella. Credeva fermamente nel valore e nelle possibilità di ognuno, anche nei momenti più difficili e oltre le apparenze. Con l’esplosione delle comunità terapeutiche, sosteneva l’esigenza di offrire trattamenti personalizzati per chi non fosse portato alla convivenza. E fra le possibilità di ognuno c’era anche quella di cambiare idea.

Mi raccontò delle sue iniziali difficoltà di femminista in un Partito che sosteneva la legalizzazione della prostituzione e i diritti delle prostitute: il corpo in vendita e la mercificazione della donna mal si adattavano alla sua idea di solidarietà. Il cambiamento avvenne durante un filo diretto a Radio Radicale, quando un disabile replicò spiegando che le sue uniche relazioni sessuali potevano svolgersi grazie alla disponibilità delle prostitute che frequentava; a ciò si aggiunse probabilmente una conoscenza più diretta del Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute, attraverso gli interventi nell’arena radicale delle sue fondatrici Carla Corso e Pia Covre.

E’ difficile ricordare adeguatamente Adele in queste ore e non ho voluto spolverare troppo negli archivi della memoria, per mantenere il gusto di vedere riaffiorare ancora qualcosa di tanto in tanto. In un raccoglitore ho ancora la registrazione, che non riascolterò subito, di un incontro che come obiettori della Caritas Romana organizzammo con lei a metà degli anni 80. Eravamo interessati alla sua storia di nonviolenta attiva, per condividere idee e sogni, ancora attuali. Nel parlare era intensa e avvolgente, come le spirali che amava dipingere.

Forse Adele Faccio non era un generale ma guidava con l’esempio, timidamente e al tempo stesso senza riserve. E’ stata, per me, un esempio pratico del significato che mi venne spiegato un giorno della rosa nel pugno: un pugno a simboleggiare la sinistra e la rosa a simboleggiare la nonviolenza.

A guardare meglio, la rosa di Adele non è recisa, continua ad avere radici forti che non la fanno appassire. Quello che resta della sua fragranza continua a farci sperare ancora in un mondo più rispettoso di ognuno, inclusi animali, piante, sassi e onde.

Adolfo Sansolini (Roma, 15 novembre 1966) è un attivista italiano con cittadinanza britannica per i diritti degli animali, attivo a livello globale.

Ha iniziato le sue attività animaliste e per i diritti umani da adolescente e nel corso degli anni ha condotto campagne a livello nazionale e internazionale, organizzato e presieduto conferenze di alto profilo e coordinato coalizioni internazionali. 
É intervenuto come oratore in varie lingue in conferenze ed eventi in oltre 25 Paesi.

Come giornalista, Sansolini ha collaborato a pubblicazioni di vario genere. Dal 1996 al 2003 ha ideato e condotto il programma “Un habitat per tutti i viventi” della Radio Vaticana su diritti umani, diritti animali e protezione dell’ambiente. Dal 1998 al 2010 ha collaborato con vari programmi radiofonici della BBC.