Per parlare della nonviolenza bisogna partire da un discorso ulturale: l’ignoranza, la falsa cultura della Scuola è stata in gran parte responsabile di molta violenza. Quello che conta è la ricerca, la volontà di cambiare noi stessi, per poi riuscire a cambiare gli altri, in un rapporto di interdipendenza. In Italia i radicali, per primi, hanno dimostrato che con la nonviolenza è possibile, cambiando le leggi, rifondare le nuove regole di convivenza civile. Ma tra la consapevolezza radicale e le improvvise conversioni di altri (il PCI che parla di nonviolenza…) c’è un vuoto: compito del Partito Radicale è di riempire questo vuoto, portando per l’Europa il verbo della nonviolenza.

di Adele Faccio

In questo problema della nonviolenza, che è fondamentale per l’idea e lo spirito  radicale, io credo che bisogna partire da un discorso culturale: e probabilmente faremmo bene anche a metterci d’accordo su ciò che si intende con questa parola, “cultura”. Trovo infatti molto carenti queste ricostruzioni, che si stanno facendo un po’ dovunque del Sessantotto e dei problemi legati al Sessantotto, che poi in gran parte sono connessi ai problemi della cultura o di ciò che va sotto questo nome. Praticamente la nostra Scuola è ancora quella dei Padri Scolòpi e della Controriforma, e non è stato fatto il minimo cambiamento, anche se ci sono state varie riforme sia fasciste che post-fasciste… non si fa cultura insegnando a scuola la guerra di Troia, e le gesta dei grandi generali, l’abnegazione dei “purissimi eroi”, la Patria, la bandiera, l’onore e la Marcia Reale; e poi insegnando che la Scienza è un dato sicuro, concreto, statico, che l’economia è una scienza e che la matematica è una scienza esatta. Insegnando questo genere di cose si muore di noia, si fanno letteralmente morire di noia gli allievi, e si crea l’analfabetismo: e io credo che l’ignoranza sia stata in gran parte responsabile del Sessantotto, e di molta violenza che da quel momento ha trovato origine.

La favola del “potere”, per esempio: non è ammazzando un Re o un Ministro, che si distrugge un potere. Non esiste il “signor Potere”, inventato da questa concezione assurdamente monoteista che identifica il potere ora nel signor Stalin, ora nel signor Reagan, o nel signor Gorbatchev. Neppure è vera quell’altra storia che il potere sia nelle multinazionali o nei grandi Gruppi finanziari ed economici: il potere, come avversario, è nelle nostre stesse convinzioni. Il potere esiste solo se noi siamo sudditi anziché cittadini, se subiamo da sudditi invece di agire come cittadini. Abbattere il potere consiste nel cambiarlo”.

“Cercare cultura” non è studiare la tavola pitagorica o credere nella certezza immota, assoluta, dei dati acquisiti: anche la Scienza è ricerca, tentativo, avvicinamento graduale – e faticoso, e difficile e paziente – alla realtà delle cose che ci circondano e che sono in continua evoluzione.

Si confonde spesso nonviolenza con religione, mentre se c’è una cosa violenta sono proprio le religioni… guardate i cristiani, guardate gli ebrei, guardate i musulmani… ma, poi, guardate tutte le religioni. Il discorso della nonviolenza, invece, partito dall’Occidente, si realizza con Gandhi in India, cioè in una civiltà e in una cultura molto diversa dalla nostra. E tuttavia, attraverso la conoscenza scientifica di un Universo fatto di particelle in continuo movimento e rinnovamento senza sosta, noi abbiamo recuperato questo discorso che poeticamente la cultura indiana esprimeva con la danza di Shiva, cioè con quello che accade nel Cosmo, intendendo ciò che del Cosmo si conosce con tutto quello che non si conosce ancora.

Si dice che la Scuola è in crisi per problemi di precari, di stipendi e di ore di lezione: è falso. Il problema è altro, il problema è nella cultura, e in ciò che si intende per cultura. La cultura rigidamente tecnocratica dell’Occidente non basta a riempire quel “vacuum” ideale e culturale che le religioni hanno invano tentato di riempire di volta in volta, il che non è neanche il loro compito, in realtà: e l’errore è proprio quello di attribuire alla religione significati e compiti diversi da quelli che le competono.

Se non ricominciamo da capo, a vedere davvero e ad insegnare quali sono i valori del nostro stare nel mondo e del nostro
stare insieme, se non ci rendiamo conto dell’importanza del non essere divisi – ma neanche per partiti (stiamo parlando di transpartito), ma neanche per nazioni (stiamo parlando di transEuropa, o di transnazionalità a partire intanto dall’Europa)… e io in Congresso parlavo anche di trans-etnie, per portare nuova coscienza – non ci sarà salvezza per il mondo.

Quello che conta è la ricerca, la nostra volontà di cambiare noi stessi, avvezzi come siamo a vivere in un mondo di violenza, per riuscire poi a cambiare coloro che stanno intorno a noi, condividendo con noi l’interdipendenza del nostro vivere.

Solo in questa consapevolezza, io credo, si raggiunge l’opposizione alla violenza: così come attraverso il dialogo si afferma la nonviolenza.

Perché Gandhi è riuscito a far compiere ad un popolo lacero, affamato e disperato, atti politici determinanti? Perché è riuscito ad ottenere dalla sua gente – che vive una propria interiorità in funzione della partecipazione nell’Universo, sentendosi parte di quelle particelle che vivono la danza, di Shiva – l’esprimersi di una forza gigantesca, capace di fermare l’esercito britannico, che era in quel momento il meglio che la potenza militare potesse esprimere.

Allora il discorso si fa profondamente politico. Rileggetevi quello splendido scritto di Sciascia, “La scomparsa di Majorana”. Forse Majorana è sparito perché ha capito che si stava andando alla distruzione di tutto, con quella incoscienza irresponsabile con cui si sono effettuate le sperimentazioni atomiche senza sapere assolutamente dove potesse condurre il processo che si stava innescando. Non è davvero importante se Majorana si sia buttato in mare, o si sia rinchiuso in un convento, o se sia stato rapito dalla polizia o se abbia voluto annullarsi vivendo come un pezzente senza nome: ciò che conta è che forse si è reso conto che stiamo danzando sull’orlo di un precipizio, e non ha voluto continuare a rendersi complice della rovina dell’Universo.

Noi radicali abbiamo cominciato a capire tutto questo da molto tempo, ed abbiamo sempre usato la nonviolenza come una chiave di sicura forza per riuscire ad entrare nelle situazioni e a trasformarle: nella nostra nazione, attraverso drammatiche compagne di nonviolenza pubblica attiva, individuale e collettiva – coi digiuni, con le marce, con la disobbedienza civile e il carcere – abbiamo cambiato molte cose. Se guardo indietro, alla ricerca di quale sia stata la prova più drammatica di nonviolenza, mi ritorna in mente quella terribile giornata del 12 maggio 1977, quando la polizia sparò sui giovani che celebravano la vittoria popolare nel Referendum sul divorzio e si accingevano a firmare per altri Referendum… e rimase uccisa Giorgiana Masi, vittima innocente della sua fiducia nella democrazia.

Nonostante fossero tempi difficili, e ci fossero in giro dei provocatori non proprio “nonviolenti”, quel giorno sparò soltanto la Polizia, spararono soltanto le “forze dell’ordine”. La nonviolenza pubblica piange ancora Giorgiana, la cui morte non ha ancora trovato giustizia: ma quell’episodio tragico condanna soltanto le pistole e i fucili che hanno sparato, mentre esalta la grandezza delle vittime incolpevoli.

Gandhi, in India, negli anni trenta e quaranta, ha dimostrato che la nonviolenza collettiva di un intero popolo può salvare
una condizione politica e fondare uno Stato libero, risolvendo anche problemi militari senza far uso di eserciti e di armi.
I radicali in Italia hanno dimostrato – e stanno tuttora dimostrando – che con la nonviolenza si può, cambiando le leggi,
tentare di rifondare le nuove regole di convivenza civile.

Ma, oggi, i problemi che urgono e che ci sovrastano non attengono più ai ristretti confini nazionali. Lo sterminio per fame nel mondo, la droga, gli armamenti, l’energia atomica, la lacerazione dello strato protettivo dell’ozono, chiamano all’azione collettiva nonviolenta tutti i popoli della Terra.

Noi l’abbiamo capito per primi, gli altri seguono via via.

Accadono cose strane… dopo averci dileggiati per anni, “gli altri” riscoprono le vie che noi abbiamo già percorso: e le rivendicano, spesso dimenticando di averle apprese da noi.

Qualche giorno fa, alla Camera dei Deputati, in Aula il segretario del Partito Comunista Italiani ha parlato di nonviolenza… coprendo d’un balzo distanze da fantascienza, se consideriamo la cultura comunista come l’abbiamo conosciuta in questi decenni.

Ma, tra la nostra consapevolezza e questi “balzi”, improvvisi di altri, in mezzo resta il vuoto. Ecco, io credo che il nostro compito sia di riempire questo vuoto, portando in giro per l’Europa – e più tardi in giro per il mondo – il verbo della nonviolenza, della tolleranza, dell’interdipendenza cosciente e responsabile.

Dovremo lavorare moltissimo, compagni: ed è molto bello questo lavoro che ci aspetta.

Dunque, “forza compagni”: facciamo questo lavoro tutti insieme.